Come nasce un Adolescente?

26 marzo 2014 » In: Articoli » Leave a comment

Come nasce un Adolescente?

 


Quando si parla di adolescenza si rischia di essere troppo tecnici, complessi e scontati.

Questo avviene per due motivi:

  1. perché dell’adolescenza, a parte i bambini, ne abbiamo tutti un’esperienza diretta e questo ci porta ad essere, in una qualche misura, degli esperti o a credere di essere tali. Quando partiamo da questa prospettiva l’adolescenza sembra semplice da comprendere, ci convinciamo che sono i ragazzi di oggi ad essere complicati;
  2. perché l’adolescenza è (e rimane) un passaggio evolutivo che porta con sé la necessità di scoprire  il proprio essere persona unica e irripetibile nel mondo. Attraverso l’adolescenza formiamo la nostra personalità e scopriamo la nostra vocazione di vita.  Quando partiamo da questa prospettiva l’adolescenza è un universo sconosciuto e misterioso che non sappiamo da che parte guardare.

 

Così, per evitare di essere banale e, nel contempo, nel tentativo di addentrarmi comunque in tematiche complesse come quelle inerenti all’emersione della nostra identità e del nostro progetto di vita, ho deciso di  discutere dell’adolescenza parlando… della nascita.

 

IL PARTO

“Caro, non ti allarmare ma… mi si sono rotte le acque”.

Ecco il più delle volte la vita nel mondo fuori dalla pancia della mamma inizia così, con una rottura.

Senza rottura non vi è possibilità di nascita.

 

Ah!!! Che dolore…. Senti ecco … ecco la prima contrazione uff… uff…

È chiaro che per nascere non basta si rompa ciò che contiene il bambino, c’è bisogno che il corpo della madre inizi a spingere.

C’è l’esigenza che anche  il bambino  collabori spingendo.

È un istinto, madre e bambino sanno e nessuno lo ha spiegato loro, perché avvenga la nascita dovranno spingere insieme, con lo stesso ritmo.

 

Arrivati all’ospedale l’ostetrica visita la futura mamma, esce e rivolta al marito dice: “ci siamo, ormai è ben dilatata.”

Ecco la terza magia: 1 rottura, 2 spinta 3 il corpo della madre si modifica, si dilata per permettere la fuoriuscita. Quando la dilatazione sarà sufficiente e le spinte avranno assunto un ritmo regolare inizia il parto.

 

Parto, che nome curioso, perché rimanda all’idea della partenza.

Bene, sono pronto: parto.

Partire suggerisce l’idea che c’è un prima (il posto dove mi trovo) e c’è un dopo (il posto dove arrivo). Domani parto per New York. C’è un prima: oggi sono a Verona; c’è  un dopo: domani sarò a New York.

Il parto visto così è un passaggio ma, nella vita, è un passaggio doloroso, un travaglio appunto.

 

Anche l’adolescenza è un passaggio.

È un PARTO. E’ la partenza per un viaggio che va dalla condizione di bambini a quella di adulti maturi.

Come per il neonato questo passaggio non è indolore, soprattutto per i genitori che devono accettare che vi sai la ROTTURA dell’ambiente protetto che ha fatto crescere il  proprio figlio fin a quel momento.

La placenta-famiglia si lacera.

Le tensioni, gli attriti tra l’adolescente e i genitori sono proprio questa lacerazione. Il ragazzo inizia a SPINGERE per uscire. Uscire di casa, uscire dagli schemi, uscire dalle regole. Queste spinte non avvengono per tutti allo stesso momento. Non c’è una data. Quando il figlio è pronto “spinge”.

Quando gli adolescenti iniziano questo “processo di nascita”  si  rendono, di solito, insopportabili agli occhi dei genitori tanto che quest’ultimi iniziano a sperare: “se esce un po’ almeno stressa meno.”

Ecco, anche la famiglia inizia le sue CONTRAZIONI.

Le regole che fino a quel momento valevano cominciano a essere messe in discussione. Metterle in discussione non significa, però, che non siano valide, ma che vanno discusse, argomentate, perché il bambino crescendo inizia a percepirsi in uno status di pari con i genitori. Così la relazione non è più monodirezionale e i genitori sono costretti a DILATARE i confini delle proprie regole. Renderle a misura di adolescente.

Rottura, spinta e dilatazione.

Quando tutto ciò avviene l’adolescente inizia a nascere e questo comporta inevitabilmente la separazione, il taglio del cordone ombelicale.

 

LA VITA FUORI DAL GREMBO

Quando tagli il cordone ombelicale il bambino piange, e mentre piange respira, e con il respiro inizia a far entrare il mondo dentro di lui. Per nove mesi ha visto e sentito il mondo filtrato dal corpo della madre, adesso il neonato necessita di conoscere la realtà, ma lo deve fare  un po’ per volta, perché il mondo è più grande della sua capacità di comprenderlo in un solo colpo. Rumori, odori, luci, colori…  Troppe cose per un essere vivente abituato al mondo ovattato del ventre materno. Dopo la nascita il neonato è come se necessitasse di una seconda placenta, una zona protetta entro la quale conoscere il mondo. Una placenta capace di far incontrare al piccolo la realtà, un po’ per volta. Questa nuova membrana di protezione è:

  1. in parte determinata dall’immaturità neurologica del bambino. Infatti, se ci pensiamo, nei primissimi mesi di vita, il neonato non riesce a vedere più in là di venticinque centimetri, oppure possiamo notare come il suo particolare ciclo di sonno  gli permette di assaggiare il mondo pian piano, a spizzichi, per prenderne familiarità.
  2. Dall’altro lato egli è protetto dai cargiver, dalle persone cioè che si prendono cura di lui. La protezione che le figure di accudimento gli garantiscono, però, deve essere flessibile, cioè capace di cambiare con la crescita e lo sviluppo del bambino.

Se dovessimo rappresentare questa seconda placenta, allora, dovremmo dire che è molto elastica, che cresce, allargandosi nei confini, con lo sviluppo del bambino. Cresce fino a quando non è più in grado di contenere i cambiamenti e quindi si lacera per permettere la nascita dell’adolescente.

 

Anche l’adolescente, quando nasce alla sua condizione di teenager, si ri-trova, come era avvenuto  con la sua nascita dalla pancia della mamma, immerso in un mondo più grande della sua capacità di coglierlo totalmente. Ed esattamente come il neonato è estremamente fragile. Per questo, come già accaduto in precedenza,  necessita di un sistema di protezione capace di introdurlo al mondo: una terza placenta (la seconda esterna). La più grande di tutte, oltre la quale diverrà capace di crearne per altri.

 

Questa nuova e ultima membrana protettiva è costituita dalla relazione con gli adulti. Sono loro che devono accompagnare l’adolescente nel processo di significazione di sé stesso e del mondo. Sono gli adulti che, a debita distanza, devono garantirgli protezione. Qui l’adulto non è più solo il genitore: è il mondo adulto! Questo restituisce la responsabilità all’intera comunità. Gli adolescenti sono alla costante ricerca di modelli, miti che assorbono a piene mani  dal mondo “dei grandi”. E su questo potremmo concludere dicendo che spesso il problema vero non sono gli adolescenti, ma adulti mai nati alla condizione di persone mature che divengono modelli negativi.

Il loop in cui sempre più spesso oggi cadiamo è quello di avere adulti che vivono come adolescenti e adolescenti che prendono a modello adulti che vivono come adolescenti.

Gli adolescenti hanno gli ormoni a palla, si dice. Ma quegli adulti che ricercano teenager per fare sesso, come gli hanno gli ormoni?

Sorrido amaramente quando leggo articoli che descrivono gli adolescenti (tra l’altro con una generalizzazione vergognosa) che sembrano un branco di erotomani. Sorrido perché sono testi scritti da adulti, letti da adulti, discussi da adulti. Sono articoli per un pubblico adulto, dove l’adolescente appare solo per “eccitare” il dibattito.

 

Se vogliamo che dall’adolescenza nascano persone mature (perché ricordo che adolescente deriva da adolescere cioè crescere fino alla maturità) dobbiamo avere il coraggio  di fornire loro modelli credibili, positivi e propositivi ma soprattutto dobbiamo avere il coraggio di trasmettere loro la speranza che un mondo migliore è possibile, sempre.

Dobbiamo, in una parola, testimoniare la fede nella vita.

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